Auguri
Eravamo così poveri che a Natale il mio vecchio usciva di casa, sparava un colpo di pistola in aria, poi rientrava in casa e diceva: spiacente ma Babbo Natale si è suicidato.
Gli auguri sono arrivati e sono partiti, il grande saluto collettivo prosegue e si allunga come ogni fine anno, commerciale o sentimentale, generoso o circostanziale. Un paio di anni fa, ho notato, mi arrivavano molti più sms, auguri di amici e zii e cugini, vicini e lontani, lunghi, corti, medi, composti o acquistati, ripresi e misurati. Ogni tanto arriva anche l’augurio dal numero sconosciuto che cominci a chiederti chi sarà mai e allora ti scervelli e poi indaghi con un messaggio: “ho perso il telefono e non ho più il tuo numero” (quanti cazzo di telefoni hai perso quest’anno?), oppure fingi e intavoli tutto un epistolario di messaggini finché a pasqua di due anni dopo scopri che il tipo aveva sbagliato numero. Non so se sono io che uso molto meno il telefono ma già dall’anno scorso ho notato un cambiamento, non arrivavano più gli auguri a clone sms, i modelli risparmia tempo e cervello “one size fits all” spediti in massa a tutti i 2581 contatti della rubrica: “Buone feste a te e a tutti i tuoi cari” o “Un augurio felice di Buon Natale a tutta la famiglia”. C’è sempre tra i contatti un orfano che l’ha appena mollato la fidanzata o la moglie gli ha fatto le corna. Auguri… Però i programmatori di messaggi di massa si erano già organizzati con i messaggi stampa-unione: “Auguri Bertrand e che il 2011 sia pieno di gioia”. Che bello sentirsi chiamare per nome… Qualcuno però meno abile in tecnologia si era fatto sfuggire il vero messaggio sorgente: “Auguri [nome] e che il [anno] sia pieno di [sentimento]“. Un bello schema a campi da riempire per ciascuno con nome e dati personalizzati e adattati. Così in dieci minuti mentre si digerisce il panettone mandi tutti gli auguri e puoi passare il resto delle vacanze davanti alla playstation. E magari dopo le feste uno può riutilizzarlo proficuamente: “Auguri [stronzo] e che il [2012] sia pieno di [merda]“. One sms fucks all.
Quest’anno pochi messaggi sul telefono. Forse la maggior parte dei presenzialisti delle feste si sono spostati su facebook o mandano le mail con l’iphone. Meglio. Non è che sono un nonno antitecnologico o un depresso antinatalizio, e non c’è niente di meglio di un augurio lontano e inaspettato, ma quando leggo tanta chiacchiera senza mittente penso a quanto è piacevole il silenzio che mi regalano quelli che non mi chiamano: forse mi pensano, ma anche se non lo facessero, mi regalano più di quanto non mi possano rubare. E ora tocca a me fare gli auguri a tutti: che siamo tutti più reali…
Ma il tormento maggiore non è lavorare.
La tortura più dolorosa ed innaturale è quella subita da chi, pur avendo talento, è costretto a non usarlo o a usarlo in misura inferiore a quanto potrebbe. L’essere umano ha una natura bizzarra: si sente vitale soltanto quando può esprimere al massimo le proprie possibilità. Nella nostra società, che ripone la sua etica nell’impegno, non si accenna quasi mai alla peculiare tortura cui essa sottopone chi ha delle capacità, costringendolo a usarle parzialmente e con un ritmo più lento di quello a lui possibile. Le doti intellettuali e fisiche dell’essere umano si sono sviluppate progressivamente: oggi un ragazzo di quindici anni può essere considerato un adulto. Inoltre la nostra società non ha più a disposizione guerre in cui utilizzare immediatamente i giovani: essa è chiusa nella ferrea morsa della gerontocrazia. In questo si manifesta l’altra faccia ipocrita di una società che fonda la sua etica soltanto sull’impegno e sul costruire, di una società che costringe l’essere umano a compiere ciò che gli è più penoso.
Yukio Mishima, Lezioni spirituali per giovani samurai, 1969
Avanti
Quest’estate ho un po’ trascurato il sito e questo ha permesso a qualche hacker o spammer di entrare e scombinare la situazione. Per questo qimera.it è stato inaccessibile per un po’. Ora che ho avuto un po’ di tempo per riordinare la situazione eccomi tornato sempre in forma e con un po’ di voglia di scrivere e chiacchierare con chi disturba i miei sonni. Il momento è più che mai interessante direi. La crisi economica, i dibattiti televisivi, l’estate che non vuol finire, i neutrini più veloci della luce, le acrobazie dei politici sadomaso… direi che non mancano gli argomenti di conversazione. Più avanti.
Aspettando l’ispirazione mi sono messo le cuffie e ho ascoltato e mixato un po’ di musica, la trovate qui in homepage e nella pagina musica, un bel capitolo in progress delle mie passioni. E poi le foto, meglio organizzate e meglio visibili con un bel link “foto” qui sopra per arrivarci (ancora l’archivio ha bisogno di aggiornamenti e di aggiunte: faccio un bel po’ di foto per un dilettante…). Insomma c’è bisogno di un po’ di animazione per svegliarsi dal nostro torpore. Coraggio!
Assedio
Eccovi il trailer del nuovo romanzo del grande Vincent Spasaro, che trovate in edicola questo mese. Godetevi il video e andate in edicola…
Miyamoto Musashi
“Guardandoci attorno nel mondo vediamo offrire varie arti in vendita come merci. Uomini che si offrono come articoli di commercio. Tra gli esperti c’è la tendenza ad inventare vari trucchi ed a vendere questi piuttosto che la propria reale esperienza. Questa maniera di pensare è come separare il seme dal fiore e valutare meno il seme del fiore. Li induce a vantare i propri trucchi e a mostrarli in segreto; esaltando le scuole che praticano una tecnica ben definita, cercano di trarre un guadagno proponendo e insegnando l’argomento alla moda. Per usare un proverbio: una conoscenza parziale è causa di sciagura. Questa è la verità.”
Miyamoto Musashi, Il libro dei cinque anelli, 1643
Primavera
Arriva la primavera e mi risveglio dal letargo invernale. Non sono fatto per il clima freddo, men che meno per l’umidità sporca delle città della bassa padana. Ma ora che il sole si rimette ad andare a letto dopo cena e si fa ancora in tempo a bere un caffè al parco con la luce del pomeriggio, comincio a sopportare di più me stesso, smetto di leggere e mi torna la voglia di scrivere.
Ho visto che il blog è ancora fermo all’India e mi fa ridere che ancora due mesi fa qualcuno mi chiedeva quando sarei tornato. E’ sempre così, scendo dall’aereo e mi dico che dovrei continuare a tenere queste specie di diari o di racconti che pubblico sul blog per i quattro amici sparsi qua e là, e principalmente per raccontarmi qualche storia e sgranchirmi un po’ le dita e il cervello. Puntualmente non mantengo la promessa. Le promesse fatte a sé stessi sono sempre le più deboli, perché non c’è nessuno pronto a rinfacciartele o forse perché siamo tutti più abili a scusarci che a chiedere scusa. Ma bisogna essere elastici per convivere con sé stessi. Non so se poi è la realtà di casa che ammorbidisce il culo e intropidisce la mente, fatto sta che tutte le possibilità di rimandare a domani vengono a farti visita e a farti dimenticare di essere in viaggio. Probabilmente tutti viviamo davvero solo in viaggio o quando sappiamo di morire. Quando non abbiamo tempo e dobbiamo dare quel che c’è entro oggi perché domani chissà dove saremo. Ma questo non sembra far parte della borghesia media della nostra esistenza italica. Per questo probabilmente siamo così stanchi e vecchi. Ci rimane solo l’ansia di assicurarci che il domani sia uguale all’oggi, e la paura di invecchiare. Sto diventando noioso?
Cerco di non parlare di politica, dato che qui da noi parlare di certi argomenti è come indagare l’esistenza di Dio. Lacerante e inutile. Allora mi sdraio sul prato e vedo passare i camion che portano avanti il nostro progresso dalle sorti incerte e guardo quel che rimane delle margherite dopo il passeggio dei cani, gli amanti che vengono a rinfrescare gesti lontani in questo buco ancora rimasto verde nel puzzle dell’urbanizzazione bolognese.
Viaggio ancora. E per ora non mi muovo.
Aspirine poetiche
Concessione
Buttate pure via
ogni opera in versi o in prosa.
Nessuno è mai riuscito a dire
cos‘è, nella sua essenza, una rosa.
G. Caproni
Alam
13 novembre
E il tempo arriva con vita propria, senza preoccuparsi degli arrivi e delle partenze. Il tempo è sempre puntuale. Così eccomi qui nella hall dell’Hotel New Bengal di Mumbai ad aspettare il taxi per l’aeroporto, scambiando qualche risata e tre parole in Hindi col ragazzo che aziona l’ascensore, un montacarichi con una grata scorrevole al posto della porta, tanto perché non ci si immaginino Grand Hotel. Il New Bengal è un hotel “cheap” a cento metri da Crawford Market e a 5 minuti a piedi da Victoria Terminus, la stazione che ora ha ora un altro nome indiano ma che tutti continuano a chiamare così. Siamo in una zona centrale ma non nel mezzo della turisticanza demolitrice, hotel a gestione musulmana, credo, ma non del tutto, una parte del personale è hindu ed è frequentato da un mix di indiani e turisti vari: è una buona rappresentazione della città, con tutti i mix e i caos possibili rappresentati uno dentro l’altro più ancora che uno vicino all’altro. Il piazzale di Crawford Market durante le ore di punta è un crocevia di flussi di caos che si aggrovigliano. Il traffico urlante che si accalca ad occupare ogni spazio libero per il passaggio, contendendosi precedenze a colpi di clacson, infilandosi nei centimetri vuoti tra una gamba e un marciapiede, un paraurti e un mazzo di fiori. Come se non bastasse si sfogano sull’ampio piazzale di fronte all’edificio coloniale del mercato, varie vie commerciali che incanalano fiumane di persone a tutte le ore del giorno, vanno e vengono tra i vari mercati: Zaveri Bazaar, Chor Bazaar, Bhendi Bazaar, Moolji Jatha Market, tutti posti che ho girato oggi per fare un po’ di spese al riparo dai mercatini di Colaba dove si trovano ormai solo le cose che i turisti comprano e che qui solo i turisti vestono, come quei pantaloni larghi che prima di partire pensavo sarebbero stati comuni qui.
Devo dire che questa seconda visita a Mumbai mi ha fatto recuperare considerazione per la città, certo stavolta ho avuto il tempo di girare e stare fuori il più possibile dal traffico; mi sono goduto un po’ di passeggiate a piedi dentro le vie della città inglese, che dalla parte verso Victoria Station in giù verso The Gate of India e Nariman point è ricca, ordinata e sfoggia i suoi palazzi coloniali con quello stile imponente e fiorito un po’ Westminster e un po’ Taj Mahal, scuro e massiccio come l’anima piovosa degli inglesi come si vede nei barbacani scolpiti in Gargoyle ma che finalmente ha dovuto arrendersi alle seduzioni dell’oriente. Dalla parte opposta invece, dietro il mercato, i palazzi coloniali sono ancora saldi e robusti ma i capitelli fioriti e gli archi lobati sono segnati dal tempo e dall’abbandono, la sporcizia che è una regola costante dell’India li ha ormai sopraffatti e le erbacce e i piccoli alberi che crescono sui sedimenti fermatisi dietro i timpani delle ampie finestre sembrano segnali di un ritorno della foresta, chissà che tra un secolo non restino colline verdi sulla città come sulle rovine di Troia. Tettoie di lamiera e teloni in plastica sono cresciute qua e là sui balconi vittoriani, sfigurando la classicità dei savi colonizzatori con la fame di spazio che la sovrappopolazione e la miseria hanno portato con sé. La gente vive ovunque, mangia ovunque, dorme ovunque, caga dove può. La vita della metropoli indiana lascia poco spazio alla privacy per chi non ha la ricchezza per permettersi appartamenti lussuosi come quelli che stanno dietro gli specchi dei grattacieli a guardare il mare dall’alto, e qui siamo già ad un livello di vita decente, non come quelli che stanno sui marciapiedi o nelle baraccopoli della periferia.
Arriva Alam, il taxista, un ragazzo che ho conosciuto ieri sera tornando da Leopold Café un po’ deluso di questo antico ritrovo per turisti che avevo immaginato più poetico leggendolo dalle pagine di Shantaram. Alam mi ha portato a casa dopo una divertente contrattazione; contrattare è per me uno dei gusti maggiori nel viaggiare in taxi in India, e lui è riuscito a scucirmi qualche rupia in promettendo di portarmi a fare un giro nella baraccopoli di Dharavi, la più grande del mondo, dove 700000 persone vivono in un quadrato dal lato di 3 kilometri e hanno girato il film “Slumdog Millionaire”. Questa almeno, per Alam è la più grossa attrazione del luogo. Entriamo a passo d’uomo nel viale principale, illuminando coi fari un invaso polveroso di persone che brulicano tra l’immondizia nello scuro della sera. Sembra l’ora di punta di Victoria Station, quando le persone si muovono in fiumi così compatti che devi stare attento a tuffarti nella corrente giusta per arrivare al treno, dove salire e scendere dai convogli con le grandi porte a serranda aperte come i carri bestiame è una questione di spinte termodinamiche, come possa succedere che ognuno di quei milioni di persone raggiungano i loro obiettivi ogni giorno, due volte al giorno è un altro dei grandi misteri spirituali dell’India. In realtà a Dharavi è tutto uguale al mondo di fuori: ci sono le case, grandi e piccole, i ricchi e i poveri, chi vive ai piani alti di strutture di cemento venute su per una demografia edilizia aleatoria e necessaria, chi vive in box di assi raccattate e immondizia, chi nei cartoni, chi per terra. C’è il commercio, i fruttivendoli, le bancarelle di dolci, i magazzini di alimentari, i chioschi che vendono dalla schiuma da barba alle ricariche per cellulare, ci sono bambini che fanno correre un copertone di bicicletta con un bastone, vecchi accovacciati a guardare nel vuoto coprendosi le ossa con un dhoti lercio, bande musicali e cerimonie religiose. La baraccopoli è come una città dentro la città, contiene le stesse cose, solo tutto è più compresso, più sporco e illegale. La differenza è che qui non c’è ora di punta, non c’è orario, non c’è treno, non c’è obiettivo. Il giorno di chi sopravvive è ben meno schematico di quello dei soldatini dello sviluppo che corrono puntuali alla battaglia ammassati sui loro cavalli di latta e ansiosi di servire i loro generali. Sopravvivere non ha giorni liberi, pause-caffè, ferie pagate, permessi premio, incentivi produttività, contributi trasferta, ticket restaurant, anni sabbatici, ingressi gratuiti o cene aziendali. Ha sempre e solo un obiettivo, quotidiano, settimanale, mensile, annuale, istantaneo: non crepare.
Usciamo dalla Slum (che mi suona molto più adatto di “baraccopoli”) e riprendiamo l’autostrada a sei corsie verso l’aeroporto. Mi strofino la faccia unta dell’aria sporca dei milioni di scappamenti passati avanti a noi. Non mi è ancora entrata in corpo l’idea del ritorno, o forse semplicemente la mia vita è così precaria negli ultimi tempi che ovunque sto è indifferente. Si chiacchiera. Alam vuole andare a Goa in vacanza con la famiglia, ha 22 anni ed è già sposato con due figli, non può credere che io a 37 non sono ancora sposato. Per noi è una cosa normale, cerco di spiegargli, non c’è nessuna ragione se non che sto bene così, se un giorno succedesse, magari, prima di sposarsi si può convivere, poi si vede no? In realtà lui non capisce cosa vuol dire “convivere” ma non importa. Per convivere è più importante parlarsi che capirsi.
Foto
Royal Enfield
Quando le cose si mettono a correre e correre mica sempre ce la fai a stargli dietro. Il tempo di scrivere già è poco e la possibilità di connettersi alternante, poi quando ti connetti e ti dici: “Ora pubblico qualcosa”, ecco che devi prima leggere le mail, rispondere, parlare con qualcuno in chat che tutti vogliono sapere come stai, cosa fai, dove sei, come mai, ma quando mai… E ti sei bruciato il tempo. Qui poi il buio arriva presto ma gli internet cafè chiudono alle 21 o alle 22 e finisce sempre che mi faccio buttar fuori… “Ancora 5 minuti…” – “No Sir please…”
Che cazzo. Così succede che sono ormai verso la fine del viaggio e se guardo le ultime cose che ho scritto qui si riferiscono ancora a due settimane fa o più. Nel frattempo sono successe un sacco di altre cose ma non posso scrivere nel passato, devo riprendere contatto col presente. Per le puntate precedenti, è già tutto annotato nei miei taccuini o in qualche file word e aspetta solo di essere preso e trascritto poi buttato online. Ma ormai è passato e c’è sempre tempo per il passato.
Ora sono a Goa. Sono arrivato ieri sera dopo un viaggio rocambolesco e divertente da Udupi, Stato del Karnataka, dove sono stato ospite per qualche giorno di una compagnia di teatro tradizionale, lo Yakshagana. Non sapendo dove andare visto che ho deciso alle 14 di prendere il treno delle 15, cosa che mi ha anche fatto viaggiare in ultima classe, quelli che io chiamo “i vagoni dell’ammucchiata” e sei fortunato se trovi un posto a sedere, ho ceduto per stanchezza a un resort dietro la spiaggia, dove ho una bella camera con letto matrimoniale (dopo un mese di lettini duri e soprattutto corti per le mie gambe…), acqua calda (che finora era un lusso non da tutti i giorni), doccia senza il secchio (in fondo comunque non mi dispiaceva fare la doccia versandomi l’acqua da un secchio, ma questa ha pure il getto massaggiante…) e tra l’altro pure la piscina in giardino. Con tutto questo ovviamente spendo più del doppio di quel che spendevo in hotel in una delle poche notti di hotel che ho fatto, e in un primo momento 1300 rupie mi sono sembrate una somma colossale, dopo tutto questo tempo a mangiare con 70-80 rupie; in fin dei conti però sono appena poco più di 20 euro e bisogna che mi rilassi un po’ dopo tutte le corse che ho fatto.
Stamattina poi ho inaspettatamente coronato un mio sogno indiano: guidare una Royal Enfield. Davanti all’albergo c’è un noleggio di motorini, l’ho visto ieri sera appena arrivato, così questa mattina dopo un sonno bello lungo, alle 9 e mezza mi sono presentato dai ragazzotti che lo gestiscono per prenderne uno. In realtà avevo già cercato di prendere una moto o uno scooter a noleggio in Kerala, ma avevamo chiesto ad un istruttore di scuola guida che ha detto che non si può. In India, dove circolano dei catorci che sono un periclo per la circolazione anche quando sono parcheggiati, dove la precedenza è una questione di invadenza, dove le linee bianche sulla strada seguono traiettorie inconsuete per aggirare le buche, dove il clacson regna su tutto e il sorpasso è un’esperienza comunitaria, sono assolutamente inflessibili su due cose: le cinture di sicurezza e la patente internazionale. Fatto sta che per un motorino ho pensato mica ci vuol tanto. Il motorino insomma sono 200 rupie al giorno, tipo 4 euro e qualcosa, mi sta dicendo il ragazzotto e in quel momento io la vedo e come si fa con una bella donna… ci provo.
“E quella?” – dico indicando la Royal Enfield “Bullet” che sta lì in mezzo ai motorini con il serbatoio nero bombato e la marmitta lunga e dritta.
“Quella sono 500 rupie al giorno. Ce l’hai la patente?
Mentre sentivo correre il grosso pistone tra le gambe sulla strada per Panjim la mia coscienza era già in pace e si godeva l’aria fresca che le asciugava il sole dalla pelle. Ogni tanto bisogna rischiare no? Come se poi si potesse essere perfettamente in ordine in questo paese dove ti devi fermare quando le mucche attraversano la strada, le impalcature le fanno di bambù legato con la corda, gli autobus per farti salire rallentano senza fermarsi se sei solo uno o due da raccattare e non ci sono fermate. Dai primi giorni che sono arrivato vedevo le Enfield e sognavo di girare tutta l’India con una di queste macchine costruite per non fermarsi mai, per sopportare il sole dei tropici e le buche di questo grande paese fin dal tempo degli inglesi. E più il modello è vecchio più è bello, segnato dal tempo e dall’uso come una vecchia nave da battaglia coi cannoni di bronzo. Le moto non sono mai state un gran interesse per me, tanto che non ne ho mai avuta una ma questa, non so come o perché, non è il mezzo di spostamento, né la velocità né l’utilità per rimorchiare ragazze che mi attraeva. Ci vedo una grande poesia e un mucchio di sogni dentro queste macchine rombanti, e sogni e poesia sono le cose per cui nella vita ho sempre rischiato. Le sole cose per cui si possa e si debba rischiare. In fondo mica mi aveva chiesto quale patente no?
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Anavatty 3 (seguito del 2 e prima dell’1)
1. Esci dalla confusione, trova semplicità
2. Dalla discordia, trova armonia
3. Nel pieno delle difficoltà risiede l’occasione favorevole
Albert Einstein
Shurpanakha cercò in tutti i modi di convincere Rama a sposarla e anche quando alla fine se ne andò cacciata malamente, non riuscì a dormire sconvolta dal desiderio di fare suo il grande Rama. Al mattino pensò che se fosse riuscita ad allontanare Sita, non avrebbe avuto più ostacoli al suo obiettivo. Vide Rama che usciva dalla capanna per fare le sue preghiere ed abluzioni mattutine e pensò di cogliere l’occasione. Dopo un po’ anche Sita uscì per andare a cogliere fiori, e Shurpanakha cominciò a seguirla di soppiatto come una tigre che aspetta il momento propizio per il balzo sulla preda. Proprio quando stava per ghermire Sita però, si sentì prendere per i capelli e una tempesta di calci e pugni si abbatterono su di lei. Era Lakshmana, che come tutte le mattine faceva la guardia su un poggio che dominava la capanna e aveva visto Shurpanakha fin dal primo momento. Quando il fratello di Rama vide che si trattava di una donna decise di risparmiarle la vita, ma trasse la spada e le mozzò naso, orecchie e seni, poi se ne andò.
Ma questo era solo l’inizio. Finché era una questione di imitazione tutto bene. Invece quando cercavo di improvvisare qualche situazione… disastro. Ancora una volta non riuscivo a spiegarmi. E questa volta non era solo un problema di traduzione. Potevo spiegare per un’ora la situazione che avevo immaginato: due persone si incontrano, giocano insieme, poi entra una terza… che succede? Non c’era modo di fargli capire davvero. Entravano sulla scena e si guardavano senza sapere cosa fare. Ma se mi mettevo a fare vedere io ne usciva un’imitazione vuota e ingessata. Il fatto è che non riuscivano a capire la situazione, a immaginare di essere molto semplicemente due persone che si incontrano per la prima volta. Sembra una cosa tanto normale per noi…
Il giorno dopo abbiamo fatto il gioco dei “mostri”; tanto per cambiare ho provato a buttarla sul fisico. La difficoltà però era lì ed era ancora la stessa: si potevano creare dei mostri distorcendo il corpo, spostare la testa di qua, le spalle avanti, no indietro, piedi all’infuori, braccia in su e dita pendule e così via… ecco degli splendidi orridi mostri deformi. Eppure quando si incontravano… Niente. Si guardavano come chiedendosi cosa ci stessero facendo lì in posizioni da deficienti. E io mi sentivo più deficiente di loro.
Così dal nulla allora, mi è venuto in mente il Ramayana:
“Fate Shurpanakha!”
“Shurpanakha?…”
“Sì… Ramayana… Shurpanakha!” – io ero ormai linguisticamente oltre la traduzione, alla comunicazione per parole chiave, come i pellerossa dei film “arrivano i nostri” o le ricerche su Google.
“Ahhh…” (ossia: potevi dirlo prima!)
“Vuoi dire Shurpanakhi?”
“Ma che ne so io… è la Rakshasa che si innamore di Rama? …e allora va bene, Shurpanakhi!”
Mica tutti la volevano fare Shurpanakha, Shurpanakhi o quel che è, un ragazzino preferisce essere Rama che uno dei mostri che saranno le sue vittime, e poi soprattutto le ragazze si vergognano a fare queste cose, deformarsi e cercare di essere brutte. E’ contro la loro logica. Ma questo non importa: un’altra piccola barriera era crollata. Ecco che l’improvvisazione arrivava naturale e logica: Rama incontra Shurpanakha tutta deforme, la affronta e ovviamente esce vincitore. Ancora: Rama incontra Shurpanakha sotto forma di una splendida fanciulla, stanno conversando e arriva Sita… che succede? …non importa se questo non c’è nel Ramayana, su… i personaggi avranno avuto anche una vita privata no? Anche il grande Rama prima di essere assunto in cielo si sarà fermato a pisciare qualche volta… E se poi arriva Lakshmana? Ora facciamo un combattimento, cioè… vediamo… Rama contro Ravana (è il fratello di Shurpanakha…). E via liscio… Sembrava che stessimo giocando come i bambini a guardie e ladri e io non dovevo fare niente altro che trovare nuovi compiti per i personaggi, nuove storie da raccontare o storie già raccontate. Era come diventare invisibile.
Ora sembrava tutto facile, avrei potuto anche dire a me stesso: ci voleva tanto? Eppure in fondo anche il povero Colombo si sarà stupito di più per aver scoperto le indie o per aver scoperto che le indie non erano quel che pensava? Il poeta cieco Valmiki che quattro secoli prima di cristo scrisse il Ramayana sapeva già, con la sapienza di chi vede dentro alle cose, che gli uomini non hanno bisogno di teorie. Ma di storie da raccontare.
