Anavatty 2 (puntata precedente)
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La poesia è ciò che va perso nella traduzione.
Robert Frost
Rama, principe di Kosala, per seguire il desiderio imposto al re suo padre Dasaratha da Kaikeyi, terza moglie del re e matrigna di Rama, se ne andò per 14 anni nella foresta seguito dalla devota moglie Seeta e dal fedele fratello Lakshmana. Si fermarono a Panchavati dove Lakshmana costruì una capanna tra i boschi e i tre vivevano tranquilli.
Un giorno una demone di nome Shurpanakha passò da quelle parti e vide Rama nel bosco. Lo trovò bello e pensò di sposarlo, così si trasformò in una bellissima fanciulla e cercò di attrarlo con la sua voce melodiosa. Rama stette ad ascoltarla per un po’ senza neanche girarsi a guardarla e poi le disse: “Io sono già sposato, perché non vai da mio fratello Lakshmana forse lui ti può aiutare…”.
Mi sono trovato davanti una banda di una quindicina di ragazzini, la più piccola, Poojah, una bimba di 7 anni e la più grande, Rukmini, di 17. La maggior parte di loro tra i 10 e i 14 anni. Mi hanno guardato strano quando ho cercato di fargli capire che non sono un insegnante di danza come Joseph aveva detto loro ma che faccio teatro. Difficile spiegarlo a dei ragazzini che rinunciavano a vedere la famiglia (per chi di loro ne ha una) o a dieci giorni di vacanza e si aspettavano un’altra cosa. In oriente in effetti la distinzione tra danza e teatro non è così netta come da noi, basta vedere un film indiano per capirlo e questi ragazzini passano almeno due o tre ore al giorno a guardare film in tv. Ma la cosa peggiore era la lingua: quello che doveva essere il mio traduttore, Aroon, un ragazzo sulla ventina che sta nell’anno di prova prima di entrare nella congregazione non mi è sembrato tanto abile. Solo il secondo giorno mi ha confessato che lui è del Kerala, parla Malealam, è qui da 6 mesi e la lingua del Karnataka, il Kannada, non la parla molto bene… figuriamoci come può tradurre dall’inglese. Già faccio fatica io a capire l’inglese indiano, figuriamoci lui il mio. Comunque qualcuno dei ragazzi più grandi poteva tradurre e così abbiamo fatto; Rukmini traduceva per tutti anche se poi spesso altri discutevano sulla traduzione e quindi una cosa semplice come “…quando batto le mani vi fermate…” poteva prendere anche 10 minuti per essere tradotta bene a tutti. In compenso abbiamo fatto un piacere ad Aroon, che è sparito, ogni tanto spuntava il suo naso dalla porta a chiedere se servisse qualcosa e poi ciao.
La sala per le attività era uno stanzone di circa quindici metri per sette o otto usato come classe o come sala da pranzo a seconda delle necessità. I tavoloni che c’erano dentro, sei o sette, li abbiamo dovuti spostare ai lati perché portarli fuori sarebbe stato difficile: erano lastre pesantissime di granito nero appoggiate su telai di ferro. Con le panche. Ai due muri corti della stanza due grandi lavagne. Quelle almeno erano interessanti, ho avuto subito l’idea di usarle per un sacco di cose belle che non saremmo mai arrivati a fare. La stanza era un po’ buia, solo tre neon e la luce esterna che filtrava da solo una finestra a mezzaluna con la zanzariera e dalla porta con davanti la veranda. Fuori dalla porta, due metri più in là, la stalla con una bufala e qualche mucca, il pollaio, il cervo e tutti gli altri animali; fuori dal palmeto anche le scimmie si facevano sentire ogni tanto. Quando il vento tirava nella direzione giusta tutto l’odore di stalla entrava ad accompagnarci gli esercizi. Insomma, siamo partiti bene.
D’altra parte fare laboratori di teatro è un mestiere che ti prepara all’emergenza. Anzi ti consegna all’emergenza. Molto più comprensibile lavorare dove l’emergenza ha tutte le ragioni di esserci che in posti come le scuole italiane dove l’emergenza è una condizione prevalentemente burocratica e magari imposta da invidie e giochi di potere. Comunque sia, tra muggiti e schiamazzi delle oche, polli che si affacciavano e ranocchie rimaste intrappolate la sera prima, abbiamo suonato la sirena e cominciato.
Due giorni dopo, al tramonto, mi stavo chiedendo se avesse senso andare avanti. Le cose non decollavano, i ragazzi più grandi si perdevano a chiacchierare mentre cercavo di spiegare delle cose (che avrebbero dovuto tradurre), i più piccoli giocavano appena mi giravo e Praveen e Julee, esclusi dalla danza perché troppo piccolo si intrufolavano appena possibile per curiosità, distraevano qualcuno e se ne andavano annoiati. Manco loro riuscivo a coinvolgere per 10 minuti. Stavo sbagliando qualcosa. Srava nascendo una specie di rivolta silenziosa contro di me capeggiata da Gowri, una ragazza di 16 anni fiera e spavalda che era il capo della banda: se c’era da ballare la Bharata Natyam, lei guidava e dava i tempi, se decideva di darmi credito e seguire i miei esercizi tutti venivano dietro, se decideva di darmi contro ero spacciato. Considerato che da quel che vedevo le interessava molto più la danza del teatro, potevo anche essere spacciato. D’altra parte anche se fossi stato Baryshnikov cosa avrei mai insegnato in una settimana? Gowri quel pomeriggio aveva deciso di guardare film dopo pranzo fino alle 4 invece che alle 3 e mezzo. Va bene, avevo detto, anche se alle 5 e mezza si finiva per la preghiera. Avevo bisogno di lei come alleata e non potevo che sacrificare il mio tempo anche se poco. Ma non era servito a molto: continuavamo a concludere poco e questa ragazza continuava a guardarmi scettica da un angolo della panca mentre mi dimenavo e mi arrovellavo per cercare di ottenere qualcosa, fosse una statua vivente, un movimento, un gioco. C’era qualcosa di sbagliato. Dopo l’attività mi sono cambiato e mentre erano tutti in chiesa a pregare sono andato nella sala, ho acceso un neon e mi sono messo a fare Ba Gua. Lento, rilassato. Il kung fu quando ho abbastanza tempo per farlo con calma mi cambia l’umore. Se c’è una cosa che qui, in un villaggio remoto dell’India mi è rimasta in abbondanza è il tempo…
Stavo con la testa tutto dentro i miei esercizi quando ho sentito respirare due occhi che mi guardavano. Alla porta c’era la testa di Vincent che mi fissava. Non ho detto niente. E’ entrato in silenzio mentre giravo in cerchio con la sua camicia sudicia e i piedi nudi e si è seduto a guardarmi incuriosito. Subito dopo anche Poojah lo ha seguito, e poi Keryappa, Santosh, Bincy, Rukmini, Suresh, Gowri. Mi fermo in silenzio. Faccio la forma Suo Yin davanti a loro, lenta, precisa, poi mi fermo in silenzio. Parte un piccolo applauso timido. Mi sono saltati addosso “… che bello… cos’è… ci devi insegnare…” Gowri era lì dietro a tutti e mi guardava con gli occhi diversi, lo vedevo senza badarci troppo, per nascondere un po’ di soddisfazione; forse uno spiraglio per comunicarci l’avevo trovato e non era nelle parole e nella traduzione.
Il giorno dopo era un altro lavorare, ho rispolverato vecchi esercizi della scuola Lecoq che pensavo non mi sarebbero più serviti e ci siamo messi a toccare muri, prendere bastoni, sollevare pesi etc.. Tutto immaginato ovviamente. Ma era come se all’improvviso avessi qualcosa da insegnare, avevano deciso, per la precisione, che avevo qualcosa da insegnare e questo mi faceva essere un maestro, nel mio piccolo, senza bisogno di traduzione.
Precedenze
20 ottobre
Sono arrivato ad Anavatty una settimana fa e fino agli ultimi due giorni non ho quasi messo piede fuori dalla missione. Anche oggi solo verso le sei del pomeriggio riesco a uscire sulla strada, all’ora in cui il bestiame torna dai campi spinto da mandriani dalla pelle scura e raggrinzita o da ragazzini che saltellano dietro alle code delle mucche con quell’aria allegra di chi non sa ancora distinguere il lavoro dal gioco. La striscia di asfalto è costellata di cumuli di sterco e bambini che si rincorrono. Il sole finalmente trova spazio per infilarsi sotto le nuvole che ancora resistono all’arrivo della stagione secca e si si prende la sua rivincita delle sei di sera, illuminando tutto di una luce gialla che si infila negli occhi dritta per quei pochi minuti prima di cedere alla linea dell’orizzonte e andare a illuminare altri campi. Le mucche dal muso affilato, il gozzo pendulo e le lunghe corna che puntano in cielo camminano in mezzo alla strada asfaltata in coppie, piccoli gruppi o mandrie composite a seconda della ricchezza del proprietario. I bufali ciondolanti preferiscono andare a zig zag per frequentare i bordi dei canali e strappare qualche boccata d’erba. Un piccolo gregge di capre emaciate e saltellanti si muove insieme con la testa dritta e gli occhi attenti. Arriva un mandriano solo, con una coperta lurida sulla testa che spiove fino ai fianchi, riparo per il sole come per la pioggia e il lungo bastone sfrangiato che fa da frustino rimasto senza occupazione. Un furgoncino si avvicina, suona il clacson, è costretto a fermarsi sempre suonando per aspettare che gli animali si spostino e gli diano spazio, un paio di moto più agili riescono a svicolare con uno slalom tra il bestiame e si allontanano nell’aria umida della sera. Qui la precedenza è delle bestie. Le mucche sono l’immagine del dio ??? e vanno rispettate. Mangiare una mucca è peggio che da noi mangiare un gatto o un cane. Lo stesso per le scimmie, che i contadini non possono far fuori quando gli mangiano la verdura nei campi ma devono allontanare facendo scoppiare mortaretti. I cani forse sono una divinità meno importante visto che sono un po’ più agili a scostarsi se vedono che gli vai addosso. I maiali niente invece, niente divinità per i branchi di porci neri che scorrazzano tra i rifiuti ai bordi delle strade. Se qualcuno si rifiuta di mangiarli è perché li considera impuri e se le macchine si fermano è per evitare dei danni. Stesso risultato comunque: hanno la precedenza.
Una bufala mi si avvicina per annusarmi, mi guarda tranquilla con gli occhi scuri e il finimento per legarla che passa attraverso le froge, poi passa oltre, torna sul selciato spinta dagli “oooh” del mandriano. Arriva il rombo di un camion, si ferma suonando il clacson a ciclo continuo e aspettando gli animali, che gli danno strada con lo stesso piglio con cui eviterebbero una pietra sulla carreggiata. Il sole che è sparito dietro i ventagli delle palme da cocco colora d’arancio il fondale per lasciare spazio alle zanzare e alle lampadine che già si accendono tra lo scuro laggiù in fondo, verso il paese. Sul ciglio della strada, sulla discesa che porta alla risaia, alberi secolari giacciono imponenti, decapitati e fatti a pezzi, coricati in mezzo a un lago di fronde in attesa di fare spazio a una nuova autostrada a quattro corsie.
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Honk, Please!
Beep beep… Avevo appena chiuso gli occhi quando ecco una gran frenata che mi spinge verso il vetro e poi la buca, anzi, due in serie, impossibili da evitare con quella oscurita’ e con l’asfalto bagnato. La piccola Tata bianca affonda, batte il fondo contro l’asfalto con un colpo sordo, riemerge, riprende ad accelerare, clacson… beep. Guardo il tipo alla guida, non so neanche chi sia, un indiano che potrebbe avere venti anni come trenta, assomiglia un po’ a Beavis o a Butthead (non ho mai capito chi sia uno e chi sia l’altro), lui continua la sua telefonata a voce bassa, sembra a monosillabi, con qualcuno che mi chiedo cosa possa sentire con il motore sparato al massimo e il finestrino aperto, i camion che ci soffiano addosso rabbia nera dagli scappamenti quando li passiamo suonando, beep beep, e per riempire il panorama sonoro le casse che sputano musica disco indiana. Devo ammettere che ha stile il ragazzo, c’e’ qualche pezzo mica male nella sua playlist. Siamo sulla strada tra Bangalore e Shimoga, stato indiano del Karnataka.
La giornata e’ cominciata presto, alle 8 eravamo gia’ nel traffico allucinato di Mumbai, io e Joseph, con un altro tassista che ci portava a sbalzi tra una frenata e l’altra della coda pressoche’ infinita che e’ la viabilita’ stradale di questa citta’ folle. Ogni tanto le sei corsie strillanti di camion polverosi variopinti e stracarichi, riscio’ tipo “ape”, suv coi vetri oscurati, furgoncini sgangherati, taxi neri e gialli ed altri non ben definiti veicoli a motore prendono slancio, si allungano per un pezzo di strada sgombero, come un attimo di speranza, l’aria comincia a passare apparentemente piu’ pulita dai finestrini e ti prende il miraggio di arrivare a destinazione prima del previsto ma difficilmente si ha questa fortuna. Per il terzo giorno consecutivo facciamo avanti e indietro tra un appartamento della periferia dove siamo ospiti dei confratelli della Congregazione Missionaria del Santo Sacramento e il consolato italiano a Mumbai. Joseph, o meglio Padre Joseph ha un biglietto per l’Italia domani e non gli hanno ancora rilasciato il visto. Al consolato la sorveglianza ci guarda rassegnata (ormai ci conosce) ma come direbbe il poeta Valmiki gli uomini si fanno tradire da maya, l’illusione: chi direbbe che questo piccolo indiano grassoccio e sorridente che gira a piedi nudi vestito con un Lungi e una camicia sia un religioso? E pure che questo bianco che lo accompagna, pure se stanco e trasandato, lavori per lui?
Nessuno avrebbe detto che ne saremmo tornati piu’ tardi con in mano il visto e pure il biglietto da visita del Console Genrale della Repubblica Italiana in persona… Si chiama spirito indiano? Non so ma ha funzionato. Dopo due ore eravamo su un volo per Bangalore che pianificavamo un nuovo equilibrismo: dovevamo trovare in taxi all’aeroporto che ci portasse fino a incontrare un altro taxi che veniva da Shimoga con la valigia di Joseph; io avrei proseguito per Shimoga e lui sarebbe tornato indietro a prendere l’aereo gia’ prenotato per Mumbai delle 22:30 e di seguito quello per l’Italia alle quattro del mattino. Compliacato eh? Ma non avevamo previsto il ritardo per il visto e nei nostri piani Joseph avrebbe dovuto accompagnarmi fino alla missione per spiegarmi il mio lavoro. Alle 21:40 facciamo lo scambio in fretta tra i due taxi e lui scompare nella notte. Abbiamo guidato un’ora e mezza dall’aeroporto, se non lo conoscessi da quando sono nato sarei sicuro che non prendera’ quell’aereo.
Beep beeep… La macchinetta corre lungo l’autostrada, che si e’ andata restringendo sempre piu’ ed ora e’ una striscia di asfalto scuro e bagnato, largo abbastanza per far passare noi e un camion, sempre suonando per far sapere che ci siamo… si sa mai… beep beep… In generale sarebbe anche scorrevole, ma anche lei e’ ingannevole. Dal buio bagnato la’ fuori ogni poco salta fuori una buca, un’interruzione, un pezzo di sterrato. Il fratello Beavis non fa neanche una piega: accelera al massimo, 80 – 90 all’ora e’ quel che il motore gli puo’ dare, poi ecco la buca e una gran frenata fino quasi a fermarsi, due camion che si incrociano e noi che rallentiamo il giusto per trovare il passaggio e infilarci in mezzo strombazzando, beep beep… ogni volta che arrivano due fari dall’altra parte bisogna rallentare che qui nessuno toglie gli abbaglianti e allora non si vede piu’ niente, manco le buche. Vedo i parafanghi dei camion avvicinarsi alle mie gengive, compare dal buio e su una curva un furgone rovesciato in mezzo alla strada. Lui si gira verso di me e facendo il gesto di abbassarmi il sedile mi dice anche: “Sleep, sleep…”. Sfoggia meta’ del suo inglese.
Mi pare perfetto a questo punto il mio tassista, un concentrato di tutto quello che ho provato dalla guida indiana. La perfetta incarnazione dell’equilibrismo motoristico che annulla e riassume tutte le regole del codice della strada occidentale in una sola, ne’ teorica ne’ pratica, norma di sopravvivenza; quella che in India, ho capito presto perche’, trovi scritta sul retro di tanti camion e furgoni: HONK, PLEASE.
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Commonwealth
Dalle ultime fermate della Piccadilly line, la metropolitana che va dal centro di Londra all’aeroporto di Heathrow siamo rimasti in pochi, quasi tutti diretti all’aeroporto probabilmente, tranne qualche abitante dei sobborghi che attraversiamo nella sera grigia, case scure di mattoni con gli infissi bianchi con piccoli giardinetti intorno, case autunnali direi per il colore, che perlomeno in questo periodo fanno pendant con la stagione. In un orto ferroviario, quelli sottratti ai ritagli di terreno abbandonato tra i binari, due sikh e una grassona di colore zappano e innaffiano la loro verdura. Sono sceso nell’underground a Knightsbridge, all’angolo di Hyde Park dove sono allineati i negozi degli stilisti italiani, le signore russe girano in Ferrari e i turisti italiani vengono con la famiglia a passeggiare tra le vetrine, fieri che il loro paese esporti un lusso che non possono permettersi. Io cercavo solo un po’ di verde per leggere in attesa del mio aereo che partirà stasera, mi sono infilato nel parco e amen.
Davanti a me un ragazzo manovra un iPad tutto impegnato in una gara automobilistica che si vede nel riflesso del finestrino dietro, quando il buio della galleria ritorna la luce dell’interno. Due metri più in là una hostess della virgin atlantic si contorce in mezzo a una famiglia di filippini nel suo abitino rosso stretto, con due trolley al seguito marchiati “crew” e un makeup poco adatto al viaggio in metropolitana; sbuffa pensando al lavoro da rifare, la messa in piega da sistemare, una rinfrescata da dare all’ombretto lilla in tono con il foulard… quando finalmente riesce a sedersi ecco che spunta un buco nelle calze già riparato più volte, e lei subito a tirare su i collant per nasconderlo sotto il rosso della gonna, guardandosi intorno per assicurarsi che nessuno l’abbia vista. Io faccio finta di niente, ognuno ha la sua polvere da spingere sotto il tappeto. Scendono una decina di indiani e una donna velata con il passeggino. Trovato finalmente posto a sedere la hostess si toglie la giacchetta. Sulla camicia spunta un cartellino con scritto “Bianca”. Sarà italiana? O quale altra lingua ha il nome bianca? Magari i suoi genitori erano solo fan di qualcosa… che ne so… Bianca e Bernie? Le hostess avranno un nome d’arte come gli artisti, le puttane e gli addetti dei call center? Almeno credo che ce l’abbiano, spero per loro. Mi fa rabbrividire l’idea di telefonare a qualcuno:
“Buongiorno sono Andrea di Fastline, come posso esserle utile?”
“Ah buongiorno Andrea… allora voi pezzi di merda vi muovete a venire a ripararmi il telefono? Sarà la venticinquesima volta che chiamo, mi prendete per il culo?”
“Mi spiace signore, se mi spiega cos’è successo le mando subito un tecnico… comunque con sette euro in più al mese può aderire alla nostra nuova offerta…”
“Ma vaffanculo”
Non credo che sarei in grado di usare il mio vero nome per dire e ricevere queste stronzate. Uno che ti insulta e tu, pensando tutti gli insulti possibili per il coglione che se la prende con te che non c’entri nulla, rispondi cortesemente come da contratto per conto di un’azienda che del problema del cliente se ne sbatte di solito molto più di te. Il mio nome è una firma, se devo sottoscrivere stronzate tanto vale chiamarmi con un nome di fantasia, che ne so, Piero, Guido o Vattelapesca. Tanto sempre di immagine si tratta, il mio nome vero è vero cazzo!
Scivolano le porte ed entrano due lesbiche grasse, asiatiche, magari di Tonga, si siedono vicino a me tenendosi per mano, una con un cappellino da baseball in testa, tutte e due con una tracolla di Luis Vuitton che stona sui loro jeans sformati e anonimi come un paltò su un cagnolino. La metropolitana di Londra è una celebrazione ecumenica del multiculturalismo britannico, un tubo che pesca in tutti gli strati dell’umanità rotanti nei gironi della metropoli e li sputa ovunque, ad infettare e fecondare l’unità della razza e del pensiero occidentale, le colonie dell’Impero che colonizzano la capitale del Commonwealth. E io vado a prendere il mio aereo per l’India.
Scrivere con la luce
Hanno finalmente inventato un modo per scrivere con la luce, grazie iPad.
Making Future Magic: iPad light painting from Dentsu London on Vimeo.
Live Video Ensemble
Finalmente ci sono i materiali del laboratorio del Live Video Ensemble di Claudio Sinatti a cui ho partecipato a Luglio, una decina di coraggiosi a smanettare effetti video nella calura ozonica di Milano. Ci sono un po’ di foto da vedere
alcuni video della nostra performance nel concerto di Fennesz
e questi sono i siti di Claudio Sinatti e del Live Video Ensemble
http://www.claudiosinatti.com
http://www.livevideoensemble.com
…divertitevi…
Beleza!
Vita politica
Non c’è nessuna strada che porti alla felicità: la felicità è la strada.
Buddha
Il lago ascolta in silenzio i miei pensieri mentre cerco di capire se il sonno è rimasto in Brasile o a Londra. In televisione c’è il solito dibattito politico sulla manovra economica del governo, un sacco di chiacchiere, dati, sondaggi, statistiche, previsioni assolutamente certi e sempre contestati, in cui è impossibile capire realmente di cosa si sta parlando. Io almeno non ci riesco. Poi ecco ad un tratto arriva la telefonata del presidente in persona: quello lì dice solo menzogne… la verità è questa qui io non ho mai detto questo… la verità è questa qui queste sono bugie… il sondaggio tale è sbagliato, quello vero dice così… Una tristezza così grande mi prende che comincio a chiedermi che cosa sono tornato a fare in questo paese di ricchi fantocci tristi che si accapigliano e si aggirano alla ricerca di modi per passare il tempo.
Mi ero scordato della politica italiana, di questi vecchi incravattati che reclamano la verità mentre il gioco si fa sempre più confuso. Ma la verità è il nostro pane quotidiano, siamo in un paese cattolico, “nel” paese cattolico. La verità è amministrata da questa religione che professa l’uguaglianza tra gli uomini ed è l’unica monarchia assoluta rimasta sulla terra, dice che solo dio può giudicare e quindi si sente in diritto di giudicare tutti, che conosce il “vero” e “unico” dio e che quindi chi le si affida appartiene al “popolo eletto” e sarà salvo. Chissà perché il concetto di “popolo eletto” mi è sempre sembrato adatto a un discorso di Hitler.
Ecco che mi ricordo una sera a Florianopolis, una delle poche volte in cui ho acceso la TV per annoiarmi un po’; ad un certo punto dopo il telegiornale e quelche pubblicità, compare il presidente Lula. Era la vigilia del primo maggio e il presidente (che è un ex sindacalista e capo del partito “dei Lavoratori”) voleva fare gli auguri per la festa del lavoro. Il discorso era lungo ma ricordo bene alcune cose: non c’erano dati, percentuali, sondaggi, statistiche. Il senso generale era: “c’è ancora molto da fare ma quello che siamo riusciti a ottenere in questi ultimi anni di crescita è che la ricchezza andasse a migliorare le condizioni di chi stava peggio. Mi ricordo bene di aver pensato: questo è forse il primo vero discorso di sinistra che sento nella mia vita. Poi mi ricordo il sorriso di Lula, un sorriso gentile, non il sorriso di sfida di chi ce l’ha fatta e gode del suo successo ma quello di un padre che vuole bene ai suoi figli. Mi ricordo che anche io figliastro di questo grande paese casualmente all’ascolto mi sono sentito parte della famiglia, unito in questo sforzo di fare un mondo migliore.
In fondo cos’altro dovremmo chiedere ai politici? Di sapere la verità o di farci capire di cosa si parla? Di indicarci tra noi stessi i veri nemici del paese o di farci sentire tutti sulla stessa barca?
Per un mese da allora chiedevo a tutti i brasiliani che incontravo cosa Lula avesse fatto per il Brasile, cosa in concreto avevano visto cambiare in questi anni del suo governo. La stragrande maggioranza dei brasiliani ama Lula visceralmente, alcuni lo odiano, altrettanto istintivamente; c’è chi mi ha detto che è stato l’uomo giusto al momento giusto, chi ha citato la creazione degli ambulatori medici locali, chi obiettava che è circondato di corrotti, ma nessuno è riuscito a spiegarmi concretamente, materialmente, convincentemente, cosa è cambiato. Niente di nuovo pensavo, la politica è uguale da tutte le parti, una questione di fede, si ama o si odia chi sta sopra con un gesto irrazionale, sia per eredità familiare, simpatia epidermica o chissà che altro. Come in Italia. E allora perché in Italia mi sento così triste e scoraggiato?
Una sera poi mi sono trovato, a Rio de Janeiro, seduto a chiacchierare con Adriana, nella sua bella guest house su una collina del quartiere di Gloria. Adriana forse non è ricca ma di certo non è una popolana, non appartiene a quel serbatoio di sinistra che ha portato Lula al potere e potrebbe anche aver avuto da perdere dalla sua politica. Ed ecco che arriva la domanda:
“… ma in fin dei conti, finora nessuno è riuscito a dirmi che cosa Lula è riuscito a cambiare davvero in questo paese… secondo te?”
Adriana mi guarda con aria sognante come se stesse parlando di un amore.
“Beh… lui… lui ci ha dato sai cosa? … Ci ha convinto che potevamo farcela con le nostre forze, eravamo rassegnati che le cose non potessero cambiare e invece lui è riuscito a darci la speranza di poter, noi stessi, cambiare le cose. E le cose sono cambiate.”
La risposta sembrava la meno concreta di tutte, ma è allora che ho capito cosa mi aveva detto quel discorso di Lula: la speranza. Quale riduzione di tasse, opera pubblica faraonica, scoperta scientifica, successo sportivo, movimento culturale o chissà che altro può toccare l’anima di un popolo che ha perso la speranza?
Alla televisione il presidente ha finito di insultare tutti e ha buttato giù il telefono. Qualcuno commenta, la sinistra attacca, qualcuno difende, si riprende ad accapigliarsi, ma tutti sono tristi. Tristi. Spengo e vado a letto ma sono più che sveglio, dev’essere ancora il fuso brasiliano… Mi viene in mente quella storiella zen, la racconto sempre, di quei due ministri ciascuno inviato col suo seguito in missione nei territori dell’imperatore, il sovrano li chiama e chiede al primo cos’ha trovato: “imperatore, le terre che ho visitato sono piene di ladri, malfattori, gente disonesta e infedele a sua maestà”. Allora l’imperatore chiede al secondo cos’ha trovato nel suo viaggio: “i popoli che ho visitato sono sudditi fedeli maestà, lavoratori che pagano le tasse, onesti e leali”. L’imperatore sorride: “entrambi avete visitato gli stessi territori.” Noi vediamo ciò che siamo. Non perdiamo la speranza.
Se vi trovate a Rio e volete passare a trovare Adriana e dormire nella sua guest house… www.bellasartesguesthouse.com
Notturno agitato
Scesi per la serpentina di pietra attraversata dai binari del vecchio tram ai piedi della collina di Lapa si inizia ad entrare nel colore e nel magma della sexta feira carioca. Ci fermiamo al primo banchetto di ambulanti per fare rifornimento di birra, prima di tuffarci nella mischia. Io, Zé, un paulista che aspetta di imbarcarsi per fare il barman in crociera, James, un newyorkese allampanato che parla solo con la parte destra della bocca come i cattivi dei western, e Jay, londinese filosofeggiante e seguace di Henry Miller siamo un bel quartetto. Abbiamo fatto squadra a Leblon e ci siamo spostati insieme in un ostello di Lapa, lontano dalla spiaggia ma dentro la vita reale della cittá. Che sa di piscio, sangue e sudore. Ha piovuto fino a mezzanotte e saltiamo abili tra le pozzanghere e le merde di cane annusando lária umida della notte e il profumo delle ragazze.
Tra le case ancora in piedi dell’antica Rio i corpi si ammassano nella piena della festa, strabordano dai davanzali dei locali aperti che vomitano musica e luci colorate sulla strada, sul fumo che si alza dai carretti degli ambulanti che arrostiscono spiedini di carne o di gamberi, conservano birre gelate per gli assetati. Non c’é bisogno di entrare nei locali per il divertimento, gli appartamenti adattati a bar e balere sono troppo piccoli per tenere tutto dentro e noi passiamo raccogliendo quel che avanza, dove l’aria é piú fresca. Ci fermiamo in una strada affollata a fumare un ricordo di Nelson al riparo dai lampeggianti che non danno grande impressione di sicurezza. Un tipo mulatto e calvo col pizzetto ossigenato e ormai anche un po’ brizzolato ci coinvolge in un giro di caipirinha, la caipirinha di Beto, il tipo ha pure la camicia col logo “caipirinha do Beto”, fa un gran casino per far provare la sua caipira ai gringos. In un bar d’angolo una bateria nascosta dietro una muraglia di corpi attacca un samba e lo swing ci assale e ci travolge navigando nell’alcol che abbiamo in corpo. Una signora sulla sessantina balla e sorride molto meglio di noi che siamo novizi ma l’allegria non é riservata, ce n’é per tutti, ce n’é fino alla fine del buio, del tempo o della voglia. Tre travestiti ballano a due passi e ci buttano occhiate curiose e ammiccanti.
Zé mi offre una caipirinha mentre emergo sudato dall’euforia e mi ripete tre volte, gridando a due centimetri dal mio orecchio:
“Questo é il posto piú democratico della terra!”