Non c’è nessuna strada che porti alla felicità: la felicità è la strada.
Buddha
Il lago ascolta in silenzio i miei pensieri mentre cerco di capire se il sonno è rimasto in Brasile o a Londra. In televisione c’è il solito dibattito politico sulla manovra economica del governo, un sacco di chiacchiere, dati, sondaggi, statistiche, previsioni assolutamente certi e sempre contestati, in cui è impossibile capire realmente di cosa si sta parlando. Io almeno non ci riesco. Poi ecco ad un tratto arriva la telefonata del presidente in persona: quello lì dice solo menzogne… la verità è questa qui io non ho mai detto questo… la verità è questa qui queste sono bugie… il sondaggio tale è sbagliato, quello vero dice così… Una tristezza così grande mi prende che comincio a chiedermi che cosa sono tornato a fare in questo paese di ricchi fantocci tristi che si accapigliano e si aggirano alla ricerca di modi per passare il tempo.
Mi ero scordato della politica italiana, di questi vecchi incravattati che reclamano la verità mentre il gioco si fa sempre più confuso. Ma la verità è il nostro pane quotidiano, siamo in un paese cattolico, “nel” paese cattolico. La verità è amministrata da questa religione che professa l’uguaglianza tra gli uomini ed è l’unica monarchia assoluta rimasta sulla terra, dice che solo dio può giudicare e quindi si sente in diritto di giudicare tutti, che conosce il “vero” e “unico” dio e che quindi chi le si affida appartiene al “popolo eletto” e sarà salvo. Chissà perché il concetto di “popolo eletto” mi è sempre sembrato adatto a un discorso di Hitler.
Ecco che mi ricordo una sera a Florianopolis, una delle poche volte in cui ho acceso la TV per annoiarmi un po’; ad un certo punto dopo il telegiornale e quelche pubblicità, compare il presidente Lula. Era la vigilia del primo maggio e il presidente (che è un ex sindacalista e capo del partito “dei Lavoratori”) voleva fare gli auguri per la festa del lavoro. Il discorso era lungo ma ricordo bene alcune cose: non c’erano dati, percentuali, sondaggi, statistiche. Il senso generale era: “c’è ancora molto da fare ma quello che siamo riusciti a ottenere in questi ultimi anni di crescita è che la ricchezza andasse a migliorare le condizioni di chi stava peggio. Mi ricordo bene di aver pensato: questo è forse il primo vero discorso di sinistra che sento nella mia vita. Poi mi ricordo il sorriso di Lula, un sorriso gentile, non il sorriso di sfida di chi ce l’ha fatta e gode del suo successo ma quello di un padre che vuole bene ai suoi figli. Mi ricordo che anche io figliastro di questo grande paese casualmente all’ascolto mi sono sentito parte della famiglia, unito in questo sforzo di fare un mondo migliore.
In fondo cos’altro dovremmo chiedere ai politici? Di sapere la verità o di farci capire di cosa si parla? Di indicarci tra noi stessi i veri nemici del paese o di farci sentire tutti sulla stessa barca?
Per un mese da allora chiedevo a tutti i brasiliani che incontravo cosa Lula avesse fatto per il Brasile, cosa in concreto avevano visto cambiare in questi anni del suo governo. La stragrande maggioranza dei brasiliani ama Lula visceralmente, alcuni lo odiano, altrettanto istintivamente; c’è chi mi ha detto che è stato l’uomo giusto al momento giusto, chi ha citato la creazione degli ambulatori medici locali, chi obiettava che è circondato di corrotti, ma nessuno è riuscito a spiegarmi concretamente, materialmente, convincentemente, cosa è cambiato. Niente di nuovo pensavo, la politica è uguale da tutte le parti, una questione di fede, si ama o si odia chi sta sopra con un gesto irrazionale, sia per eredità familiare, simpatia epidermica o chissà che altro. Come in Italia. E allora perché in Italia mi sento così triste e scoraggiato?
Una sera poi mi sono trovato, a Rio de Janeiro, seduto a chiacchierare con Adriana, nella sua bella guest house su una collina del quartiere di Gloria. Adriana forse non è ricca ma di certo non è una popolana, non appartiene a quel serbatoio di sinistra che ha portato Lula al potere e potrebbe anche aver avuto da perdere dalla sua politica. Ed ecco che arriva la domanda:
“… ma in fin dei conti, finora nessuno è riuscito a dirmi che cosa Lula è riuscito a cambiare davvero in questo paese… secondo te?”
Adriana mi guarda con aria sognante come se stesse parlando di un amore.
“Beh… lui… lui ci ha dato sai cosa? … Ci ha convinto che potevamo farcela con le nostre forze, eravamo rassegnati che le cose non potessero cambiare e invece lui è riuscito a darci la speranza di poter, noi stessi, cambiare le cose. E le cose sono cambiate.”
La risposta sembrava la meno concreta di tutte, ma è allora che ho capito cosa mi aveva detto quel discorso di Lula: la speranza. Quale riduzione di tasse, opera pubblica faraonica, scoperta scientifica, successo sportivo, movimento culturale o chissà che altro può toccare l’anima di un popolo che ha perso la speranza?
Alla televisione il presidente ha finito di insultare tutti e ha buttato giù il telefono. Qualcuno commenta, la sinistra attacca, qualcuno difende, si riprende ad accapigliarsi, ma tutti sono tristi. Tristi. Spengo e vado a letto ma sono più che sveglio, dev’essere ancora il fuso brasiliano… Mi viene in mente quella storiella zen, la racconto sempre, di quei due ministri ciascuno inviato col suo seguito in missione nei territori dell’imperatore, il sovrano li chiama e chiede al primo cos’ha trovato: “imperatore, le terre che ho visitato sono piene di ladri, malfattori, gente disonesta e infedele a sua maestà”. Allora l’imperatore chiede al secondo cos’ha trovato nel suo viaggio: “i popoli che ho visitato sono sudditi fedeli maestà, lavoratori che pagano le tasse, onesti e leali”. L’imperatore sorride: “entrambi avete visitato gli stessi territori.” Noi vediamo ciò che siamo. Non perdiamo la speranza.
Se vi trovate a Rio e volete passare a trovare Adriana e dormire nella sua guest house… www.bellasartesguesthouse.com
Scesi per la serpentina di pietra attraversata dai binari del vecchio tram ai piedi della collina di Lapa si inizia ad entrare nel colore e nel magma della sexta feira carioca. Ci fermiamo al primo banchetto di ambulanti per fare rifornimento di birra, prima di tuffarci nella mischia. Io, Zé, un paulista che aspetta di imbarcarsi per fare il barman in crociera, James, un newyorkese allampanato che parla solo con la parte destra della bocca come i cattivi dei western, e Jay, londinese filosofeggiante e seguace di Henry Miller siamo un bel quartetto. Abbiamo fatto squadra a Leblon e ci siamo spostati insieme in un ostello di Lapa, lontano dalla spiaggia ma dentro la vita reale della cittá. Che sa di piscio, sangue e sudore. Ha piovuto fino a mezzanotte e saltiamo abili tra le pozzanghere e le merde di cane annusando lária umida della notte e il profumo delle ragazze.
Tra le case ancora in piedi dell’antica Rio i corpi si ammassano nella piena della festa, strabordano dai davanzali dei locali aperti che vomitano musica e luci colorate sulla strada, sul fumo che si alza dai carretti degli ambulanti che arrostiscono spiedini di carne o di gamberi, conservano birre gelate per gli assetati. Non c’é bisogno di entrare nei locali per il divertimento, gli appartamenti adattati a bar e balere sono troppo piccoli per tenere tutto dentro e noi passiamo raccogliendo quel che avanza, dove l’aria é piú fresca. Ci fermiamo in una strada affollata a fumare un ricordo di Nelson al riparo dai lampeggianti che non danno grande impressione di sicurezza. Un tipo mulatto e calvo col pizzetto ossigenato e ormai anche un po’ brizzolato ci coinvolge in un giro di caipirinha, la caipirinha di Beto, il tipo ha pure la camicia col logo “caipirinha do Beto”, fa un gran casino per far provare la sua caipira ai gringos. In un bar d’angolo una bateria nascosta dietro una muraglia di corpi attacca un samba e lo swing ci assale e ci travolge navigando nell’alcol che abbiamo in corpo. Una signora sulla sessantina balla e sorride molto meglio di noi che siamo novizi ma l’allegria non é riservata, ce n’é per tutti, ce n’é fino alla fine del buio, del tempo o della voglia. Tre travestiti ballano a due passi e ci buttano occhiate curiose e ammiccanti.
Zé mi offre una caipirinha mentre emergo sudato dall’euforia e mi ripete tre volte, gridando a due centimetri dal mio orecchio:
“Questo é il posto piú democratico della terra!”
Qualche giorno fa il mio netbook ha smesso di avviare il sistema operativo e cosí sono dovuto tornare a scrivere su carta… Devo ammettere che la prima impressione é stata alquanto piacevole, scrivere a mano sta al digitale come il sesso vero sta a quello virtuale. Mi sono goduto un po´di profumo di carta e di crampo dello scrittore, l’unico problema é che dá qualche problema in piú nella condivisione.
Comunque sia… sono a Rio de Janeiro, in un ostello dietro alla spiaggia di Leblon, arrivato qui per caso con un tipo norvegese che ho incontrato sull’autobus da Itajaí. Il tempo é un po’ capriccioso, ora piove un po’ ma é probabile che riesca il sole e mi sto chiedendo cosa fare, mi ero alzato con l’idea di affittare una bici e farmi un giro della cittá. Ci sono due australiani che ho conosciuto che non sembrano impauriti dalla pioggia e magari mi accoderó a loro. Ora devo scappare perché uso un pc comunitario e c’é sempre fila per parlare con gli amici virtuali.
Un abbraccio virtuale, e virtuoso.
Mi ritrovo, passati dieci giorni, in una Pousada minima (in realtà non so se oltre alla mia camera ce ne sono altre qui da affittare) nell’angolo della praia da Ribanceira, qualche chilometro a nord di Imbituba, che a sua volta sta un centinaio di km a sud di Florianopolis.
Perché sono qui?
Ho comprato una tavola da surf finalmente, una tavola particolare di modello un po’ retrò, e sono rimasto a Imbituba fino alla fine della scorsa settimana aspettando l’arrivo di grandi onde che in realtà non sono mai arrivate se non ieri. Ma in acqua mi diverto lo stesso e forse anche di più con onde limitate. Stavo in una specie di pousada/camping/ristorante in riva al mare, sulla spiaggia dove due settimane fa c’è stato il mondiale di surf e un brasiliano ha battuto il nove volte campione del mondo Kelly Slater, cosa che qualsiasi locale che incontri ripete con orgoglio ogni volta che si passa sull’argomento. D’altra parte la vita dei locali sembra assolutamente centrata sul surf. A Imbituba il sindaco e vari assessori della giunta sono surfisti e così buona parte della popolazione. Domenica scorsa mi sono quasi scontrato in acqua con un ragazzo che surfava con un braccio legato dietro la schiena. Ci siamo rivisti sotto la doccia in riva al mare per toglierci di dosso l’acqua salata e ho visto che il braccio pende come morto dal suo corpo per una malattia, mi ha spiegato lui. Ma lui surfa con un braccio. Mi ha anche detto che c’è un tipo a Itajaì che surfa ed è cieco. I suoi amici gli gridano indicazioni quando arriva l’onda.
Nonostante questo le strutture per chi surfa non sono tante. Girando per la cittadina alla ricerca di una tavola ho fatto una gran fatica a trovare tavole usate o noleggio di tavole, quando tutti i posti in cui sono stato finora avevano almeno uno se non più noleggi in riva al mare. Ci sono diversi negozi di surf in centro ma tutti tengono tavole nuove molto costose e di solito neanche adatte a me. La prima volta che sono entrato in acqua con la mia nuova tavola, mi hanno guardato con un po’ di diffidenza e ho capito che erano tutti locali e che non gli piaceva molto la presenza di un gringo.
Passando per la via del centro che porta al mare mi sono fermato davanti alla “Gota” ossia la goccia, un surf shop grande e nuovo e ben curato. Mentre guardavo la vetrina arriva un tipo sulla cinquantina con la faccia da pugile e mi attacca bottone con le condizioni del mare. C’è vento da sud dice, quindi la spiaggia migliore per surfare sarà Ribanceira perché lì arriva vento off shore (cioè da terra verso il mare) oppure la spiaggia del porto dove però arriva onda solo se lo swell è molto grande per girare intorno alla barra frangiflutti. Mi porta dentro il negozio che da quanto capisco è suo e si fa dare alla cassa una cartina per farmi vedere meglio le spiagge. Poi arriviamo alle presentazioni, piacere Andrea, italiano; piacere Maneka, e come quasi chiunque in questa parte del Brasile, anche lui ha almeno un nonno italiano e così parte l’elenco dei parenti: tedesco, italiano, portoghese, e anche i parenti della moglie. Questa è la storia della gente di qui. 5 secoli di immigrazione.
All’improvviso, mentre Maneka passa al commercio e mi accompagna in un tour del negozio per vedere se mi serve qualcosa, mi ricordo di averlo visto nell’acqua il giorno prima, con un longboard. Di fianco al negozio c’è la sua macchina, una specie di buggy bianca, con la tavola legata sopra. Scendo dal piano di sopra senza acquisti e incrociamo due uomini con un ragazzino, chiaramente surfisti locali. Maneka mi dice che il ragazzino è un fulmine sulle onde, e poi mi presenta ai tipi: questo è un italiano, che è venuto qui per surfare, parla portoghese e così via. I due mi salutano con un po’ di diffidenza negli occhi mentre il ragazzino gira intorno alle tavole da skate attaccate alla parete. Un attimo di silenzio un po’ teso. Ma siccome non prendo molte onde, dico io, non ne ruberò ai locali. I tipi scoppiano a ridere alla mia battuta e Maneka anche ma la cosa gli ha fatto piacere e si vede. Mi stringono la mano e se ne vanno, non avrò problemi in acqua, almeno con loro. Qualunque cosa si possa pensare sul localismo io penso sempre che sono i locali che si prendono cura dei luoghi dove lo straniero viene a surfare e che la prima regola del surf come l’ho letta sulle spiagge di Byron Bay è: Give respect to gain respect.
Nel Weekend mi viene a trovare Manoel, fratelli di Douglas, il mio amico brasiliano che vive a Piacenza e che ha i parenti qui e la domenica mattina, dopo un sabato di pioggia battente, cogliamo l’occasione per venire a Ribanceira a surfare. Manoel mi aspetta in spiaggia visto che come dice lui è un “prego” ossia un chiodo, cioè surfa malissimo. Vengo fuori dall’acqua e ce ne andiamo a piedi verso Ibiraquera, una laguna che c’è qualche chilometro più su, per trovare un ristorante e mangiare qualcosa. Facciamo appena qualche centinaio di metri che si ferma per darci un passaggio, senza neanche che noi l’abbiamo chiesto, una specie di vecchia fiat 127 bianca scalcagnata. Io infilo la tavola e mi siedo dietro e Manoel davanti. La guida un tipo sulla sessantina coi capelli bianchi tagliati corti corti che fuma una sigaretta e ascolta in autoradio una musica supermielosa tipo “quando mi hai lasciato il mio cuore è crollatoooo”. La musica è a tutto volume e le casse della povera 127 vibrano e distorcono tutto. Manoel comincia a parlare, o meglio a gridare e il tipo risponde a gesti, tanto che tutti e due crediamo che sia muto. Io da dietro mi faccio un sacco di risate mentre Manoel cerca di presentarmi e di fare conversazione con questo rumore. La strada lastricata finisce e cominciano le buche e mentre cerco di ripare la testa dal tetto dell’auto e il culo dalle molle rotte del sedile mi rendo conto che il tipo è ubriaco e nello stesso momento lui si mette a parlare con Manoel e addirittura scoprono che ha lavorato 20 anni a Itajaì, la città dove Manoel vive. Prima di arrivare alla barra della lagoa sono diventati quasi fratelli, cosa assolutamente brasiliana questa. La macchina si allontana lasciandosi dietro una scia di motore bruciato, sigaretta e musica romantica e ci lascia davanti il silenzio dei pescatori che aspettano immobili i passaggio del pesce nella laguna di Ibiraquera. Un pescatore lancia la rete rotonda con un gesto rapido e silenzioso. Ha preso il pesce.
Dopo un’altra nottata di viaggio (aereo partito da Natal alle 3:05 am, scalo a São Paulo e arrivo a destinazione alle 9:00 am) mi sono ritrovato nel piccolo aeroporto di Florianopolis in attesa che Nelson, il mio contatto locale, mi venisse a prendere. Veramente appena arrivato ho chiamato al suo cellulare e mi ha risposto un altro dicendo che era sotto la doccia. Non ho capito bene se mi sarebbe venuto a prendere (la voce del tipo era impastata di sonno), anche se ci eravamo sentiti il giorno prima e aveva insistito per venire all’aeroporto, e ho avuto un momento di dubbio: che mi tocchi lasciar perdere e fare da solo? Stanco com’ero mi sono buttato su una sedia di quelle d’aeroporto, tutte ugualmente scomode in ogni parte del mondo, per aspettare di sapere cosa fare.
Fortuna che dopo 20 minuti mi telefona Nelson:
Sono qui fuori dall’aeroporto, ho una maglietta verde.
Sí perché io lui non l’ho mai visto prima… é amico di un altro amico.
Ok esco…
La macchina va verso casa lungo una strada tutta curve e saliscendi, contornata di case basse che scendono dalle colline, le nuvole aspettano solo di cominciare a buttare acqua, io penso a buttarmi su un letto. Nelson riempie del tutto la sua piccola utilitaria con i suoi muscoli da personal trainer e mi spiega la disposizione della cittá, poi ci fermiamo per fare colazione in una panetteria. Ancora poco per arrivare a casa.
É molto che piove?
Da una settimana…
Mi viene voglia di tornare indietro… fuori ha cominciato a piovigginare, mi guardo intorno e mangio un pezzo di torta con le banane per provare qualche piacere. Vicino a me c’é un ragazzo con la colazione iniziata, si é alzato in piedi per guardare una telenovela alla televisione. Vicino alla tazza di caffé c’é una copia di “Umano, troppo umano” di Nietzsche, consumata, appoggiata aperta tra le briciole per tenere il segno. Scambiamo due parole sulla novela e lui capisce che sono straniero.
Italiano…
Giovanni Reale é uno che vorrei conoscere… dice storpiando il nome italiano
E perché?
Ha scritto dei libri importanti
Stai leggendo un libro importante…
Vero… Ma Nietzsche é morto
Forse anche Reale é morto… é un po’ che non ne sento parlare, io ho studiato all’universitá dove insegna…
Eh non so, io ho solo sentito dei suoi libri, ma di quelli che studiamo, i grandi sono tutti morti.
Ci salutiamo e scappiamo nella Chevrolet di Nilton sotto la pioggia battente, non fa freddo, la pioggia dá fastidio, sará che come diceva Pessoa vivere é noioso come la pioggia o qualcosa del genere ma io non mi sento per niente annoiato, ho solo sonno, voglio solo staccarmi da questa vita per un’oretta o due…
Nilton riprende la strada e accenna al tipo di Nietzsche:
Qui dietro c’é l’universitá, ti interessa, vuoi andare?
Piove piú forte, ai bordi della strada ragazze in calzamaglia corrono a ripararsi nei negozi aperti; come diceva Ciquinho di Natal, a Floripa ci sono le ragazze piú belle del Brasile.
No no… non hai sentito? Sono tutti morti.